Come si può incidere sul lato offerta senza causare una riduzione del numero dei lavoratori e una riqualificazione verso il basso delle capacità dei lavoratori?
Per rispondere a questa domanda però dobbiamo prima parlare della necessità di separare il tasso d'interesse reale dall'inflazione.
Oggi come abbiamo visto, se aumenta l'inflazione le banche centrali cercano subito di contrastarla aumentando i tassi d'interesse.
Più il tasso d'interesse è alto e più rapidamente si creano disparità di reddito tra cittadini ricchi e cittadini poveri. Quindi è necessario fare in modo che i tassi restino bassi.
Per evitare che i tassi d'interesse possano salire per contrastare l'inflazione è necessario trovare un meccanismo che abbia lo stesso scopo e che non coinvolga il tasso d'interesse.
A tale scopo ho inventato quella che io ho chiamato con l'acronimo OLM che sta per Ora Lavorativa Minima. Questo parametro è collegato al valore dell'oro e al tasso d'inflazione.
Di fatto l'OLM esprime una quantità d'oro ma non è scambiabile con questo. L'OLM può essere scambiato con il valore nominale in una determinata moneta (per esempio l'euro) della quantità d'oro che esprime.
Perché collegare l'OLM all'oro? Le ragioni sono molte ma finirei per dilungarmi troppo e deviare dal tema principale.
L'OLM corrisponde al minimo valore lordo che si può corrispondere per un'ora di lavoro.
In questo "valore lordo" devono essere anche compresi i contributi pensionistici.
Per fare un esempio, ipotiziamo che questo parametro esprima una quantità d'oro pari a un valore nominale di 8 euro.
Tutte le azioni, le obbligazioni e i salari verranno quindi espresse in OLM. Per esempio un salario lordo (contributi compresi) di 1000 euro mensili corrisponde a 125 OLM mensili. Un'azione aziendale da 20 euro corrisponde a 2,5 OLM e così via.
In pratica è come se l'OLM fosse una seconda moneta senza però avere la funzione di moneta. Le persone spendono in euro, non in OLM.
Anche se l'OLM è basato sull'oro il suo valore nominale è parametrizzato in modo tale che se il prezzo dell'oro sale o scende è la quantità d'oro che sale o scende cercando di far rimanere il valore nominale in una determinata moneta più o meno costante (per evitare speculazioni).
Ma come è collegato l'OLM all'inflazione? In modo del tutto opposto a quello che la gente potrebbe pensare. Se aumenta l'inflazione l'OLM diminuisce. Se l'inflazione scende l'OLM aumenta. Praticamente stronca sul nascere ogni bolla speculativa e ogni inizio di crisi economica.
Supponiamo che ogni mese il valore dell'OLM venga aggiustato sia per la variazione del prezzo dell'oro e sia per l'inflazione.
Ipotiziamo di partire il primo mese con un valore nominale di 8 euro per ogni OLM e di avere un salario lordo mensile di 1000 euro pari a 125 OLM.
Chiariamo subito un altro punto. Il PIL nominale che si esprime con la formula Y x P dove P sta per livello dei prezzi è pari alla quantità di moneta M moltiplicata per la velocita di circolazione della medesima V.
M x V = P x Y
Il livello dei prezzi è strettamente legato all'inflazione. Se M x V è costante, allora più sono alti i prezzi e minore è il PIL reale, mentre viceversa minore è il livello dei prezzi e maggiore è il PIL reale.
Supponiamo quindi che M x V sia costante, cosa generalmente vera nel breve periodo come potrebbe essere la distanza di un mese.
Supponiamo che tra un mese e il successivo il tasso d'inflazione mensile sia aumentato (come di solito accade) e che quinidi il valore dell'OLM sia passato da 8 euro a 7,99 euro. Questo significa che c'è uno spostamento di reddito dai lavoratori verso le aziende presso cui lavorano. Si tratta di un centesimo per ogni OLM che difficilmente può incidere sui consumi dei lavoratori.
Per il lavoratore che guadagnava 1000 euro mensili quando l'OLM valeva 8 euro e quindi aveva un salario da 125 OLM mensili la perdita si traduce in 1,25 euro in meno di stipendio al mese. Ci si può aspettare una diminuzione della domanda.
Fondamentalmente non incide neanche di molto sui costi di un'azienda. Perché se un'impresa ha 100 dipendenti da 125 OLM mensili ha una riduzione dei costi di 125 euro mensili. Tuttavia se il valore dell'OLM non dovesse subire ulteriori variazioni nel corso dell'anno si avrebbe un risparmio di 1500 euro, che può sembrare poco, ma può significare anche l'acquisto di un paio di portatili in più da parte dell'azienda e quindi la possibilità di aumentare la produttività. Ma può anche significare per l'azienda diminuire il prezzo dei prodotti o dei servizi.
Che succede invece se diminuisce l'inflazione? In questo caso il valore dell'OLM aumenta. Supponiamo che passi da 8 euro a 8,01 euro. In questo caso ogni lavoratore dell'azienda di prima avrà un guadagno di 1,25 euro al mese che con 12 mensilità magari significa un guadagno di 15 euro in un anno. Significa che magari qualcuno vedrà un film di più al cinema comprando popcorn e bevanda.
Di contro per l'azienda significa una perdita di 125 euro al mese rispetto a prima e quindi 1500 euro all'anno nel caso in cui non vi siano ulteriori variazioni mensili del valore dell'OLM.
Questo potrebbe significare per un'azienda magari dover licenziare una risorsa (perché il costo marginale diventa maggiore del beneficio marginale) oppure aumentare il prezzo dei suoi prodotti o dei suoi servizi in modo da poter recuperare i 125 euro mensili in meno.
Dal punto di vista delle attese, sapendo che l'OLM è aumentato per tutti, all'azienda conviene rimanere con la risorsa in più oppure aumentare il prezzo dei prodotti o dei servizi perché ci si può attendere un aumento della domanda che andrà quindi a compensare il mancato introito.
Ma questa distribuzione differente di reddito perché dovrebbe incidere sull'inflazione? Ok, se sale l'inflazione diminuisce il reddito dei lavoratori, ma non è detto che diminuiscano i consumi perché la diminuzione del costo del lavoro intanto può portare a nuove assunzioni inoltre la parte di reddito che rimane alle aziende può essere spesa dalle aziende stesse in altri consumi, oppure finire negli utili e di qui passare ai proprietari che potrebbero quindi aumentare i loro consumi.
Oltretutto sembra anche un'ingiustizia che l'inflazione vada a penalizzare i lavoratori e favorire i proprietari delle aziende.
Vi dimostrerò che non solo i lavoratori alla lunga non saranno penalizzati, ma anche che questo meccanismo è veramente in grado di controllare l'inflazione. Ma questo solo nella parte 3.
Vai alla terza parte
Torna alla prima parte
Questo blog è lo sfogo di uno che è stufo della politica gridata, fatta con la pancia e non con la testa. La ragione è ciò che ci distingue dagli animali, non la pancia. L'unico modo per cambiare questa società è allora quello di usare la ragione.
mercoledì 13 luglio 2011
martedì 12 luglio 2011
Crisi economica - La mia soluzione (Parte 1)
Premetto che io non sono un economista e che ho studiato economia solo per mio interesse personale proprio per costruire una nuova società.
Detto questo però sfido qualsiasi economista a negare la validità del mio ragionamento.
Per decenni si è pensato di stimolare la crescita economica facendo crescere la domanda. Si sono quindi attuate politiche miranti a far crescere lo stock di moneta. Chiariamo subito il termine tecnico dicendo che si agisce affinché aumenti la quantità di moneta nel flusso economico.
Questo come vediamo oggi è assolutamente insufficiente. Nonostante vengano mantenuti bassi i tassi d'interesse l'economia fatica a ripartire.
Certamente il debito pubblico e le regole europee che lo regolano fanno da freno allo sviluppo perché in sostanza il governo non può far crescere l'economia attraverso gli investimenti pubblici.
Per capire che c'entrano gli investimenti pubblici con la crescita economica devo scrivere l'equazione del PIL.
Y = C + I + G + NX
Dove:
Y = PIL
C = Consumi privati.
I = Investimenti privati.
G = Spesa pubblica.
NX = Esportazioni nette.
Come vedete dall'equazione, essendo G una componente direttamente proporzionale a Y, più cresce la spesa pubblica e più cresce il PIL.
Le regole europee però impongono il pareggio di bilancio.
B = T - G
Dove:
B = Bilancio
T = Tasse
G = Spesa pubblica.
Per esserci un pareggio di bilancio in uno stato in deficit, o si alzano le tasse oppure si tagliano le spese. Entrambi questi fattori sono depressivi. Le tasse incidono sulla componente C (consumi) del PIL, riducendo la spesa in consumi.
Evitando di mostrare equazioni per esperti (ma vi invito a leggere libri di economia in proposito) un aumento delle tasse va a incidere sul moltiplicatore del reddito(http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_macroeconomica#Moltiplicatore_sul_reddito_della_spesa_pubblica ).
Come vedete la situazione è molto più complessa di quella che può apparire. Nel momento in cui un governo non ha libertà di espandere l'economia o attraverso la riduzione delle tasse oppure attraverso l'aumento della spesa pubblica è un governo dimezzato. Il vero potere politico infatti da anni si è spostato in Europa, ma in Italia le opposte fazioni di tifosi non lo sanno oppure non gli importa.
Per uno stato in deficit come l'Italia, pareggio di bilancio vuol dire diminuzione della spesa pubblica e quindi soprattutto degli investimenti pubblici. Oltretutto se si decide di abbassare le tasse i tagli devono essere ancora maggiori. L'effetto complessivo sul PIL è un'incognita perché dipende dalla fiducia dei consumatori e dei produttori.
In uno stato di "crisi" le persone sono portate a modificare la loro propensione al consumo cercando di consumare di meno anche se questo atteggiamento che può sembrare del tutto sensato è invece un ulteriore freno alla crescita e anzi può innescare anche una profonda crisi.
Sempre a livello europeo, dove ormai c'è la politica che conta, la BCE ha alzato i tassi d'interesse dello 0,25% portando il costo del denaro all'1,5%.
Per le persone che non sanno cosa significa questo, in pratica la BCE per contrastare possibili spinte inflazionistiche riduce l'afflusso di denaro dal circolo economico, impoverendo tutta l'area dell'euro anche se le cifre possono sembrare esigue e facendo quindi diminuire la domanda di beni e servizi.
A questa situazione che già è difficile si aggiungono le tensioni internazionali e il rischio di default degli Stati Uniti che possono far ripiombare l'intero mondo in una crisi ancora più profonda di quella che abbiamo vissuto fino a ora.
Che cosa ci rimane da fare?
La mia soluzione parte dal principio che se non si può stimolare la domanda si deve necessariamente fare in modo da stimolare l'offerta.
Se si riesce a causare uno spostamento della curva d'offerta verso destra (per i profani, se si riesce a far crescere la quantità offerta per ogni livello di prezzo), a parità di domanda i prezzi generali dovrebbero scendere e quindi si andrebbe incontro a una sorta di deflazione ma che produce crescita del PIL reale.
Per fare un esempio. Supponiamo che oggi il paese di Tortopoli produca ogni giorno 100 torte al prezzo di 20 euro a torta. Il totale è quindi un prodotto di 2000 euro al giorno. Supponiamo che si riesca a produrre uno spostamento della curva d'offerta causata da una riduzione dei costi e che quindi si riescano a produrre 120 torte a un prezzo di 18 euro ciascuna. Il prodotto cresce da 2000 euro al giorno a 2160 euro al giorno. Ma stiamo parlando di "prodotto nominale" perché in realtà il prodotto reale è di 2400 euro. In parole povere 2160 euro valgono ora quanto valevano 2400 euro prima.
Se usiamo le percentuali, un aumento dell'8% del reddito nominale corrisponde a un aumento del 20% del reddito reale.
Ma facciamo un esempio ancora più particolare. Supponiamo che a Tortopoli la diminuzioni dei costi di produzione faccia produrre 125 torte a 15 euro a torta. Il prodotto nominale scenderebbe da 2000 euro a 1875 euro. Vuol dire che c'è stata una perdita economica? No, vuol dire che c'è stata una crescita economica del 25% in termini di reddito reale a fronte di una perdita del reddito nominale del 6,25%.
Ma se la teoria è favorevole, mettere in pratica questo tipo di azione economica senza causare grossi problemi è davvero complesso.
Tutte le imprese infatti cercano di abbattere i costi di produzione, ma riescono ad agire solo sui lavoratori attraverso una riduzione del personale prima e assumendo successivamente personale a costo più basso.
Così si impoverisce il sistema e vengono tagliati fuori dal gioco proprio le risorse con più esperienza e qualifiche. In periodo di crisi le aziende preferiscono fare considerazioni di quantità piuttosto che di qualità e quindi per loro è preferibile rinunciare a una risorsa costosa ma molto esperta e qualificata e magari sostituirla con risorse insesperte e meno specializzate il cui costo complessivo però è inferiore.
Le crisi economiche causano anche uno spostamento verso il basso delle capacità lavorative generali.
Come evitare questa dequalificazione lo esporrò nella seconda parte.
Vai alla seconda parte
Detto questo però sfido qualsiasi economista a negare la validità del mio ragionamento.
Per decenni si è pensato di stimolare la crescita economica facendo crescere la domanda. Si sono quindi attuate politiche miranti a far crescere lo stock di moneta. Chiariamo subito il termine tecnico dicendo che si agisce affinché aumenti la quantità di moneta nel flusso economico.
Questo come vediamo oggi è assolutamente insufficiente. Nonostante vengano mantenuti bassi i tassi d'interesse l'economia fatica a ripartire.
Certamente il debito pubblico e le regole europee che lo regolano fanno da freno allo sviluppo perché in sostanza il governo non può far crescere l'economia attraverso gli investimenti pubblici.
Per capire che c'entrano gli investimenti pubblici con la crescita economica devo scrivere l'equazione del PIL.
Y = C + I + G + NX
Dove:
Y = PIL
C = Consumi privati.
I = Investimenti privati.
G = Spesa pubblica.
NX = Esportazioni nette.
Come vedete dall'equazione, essendo G una componente direttamente proporzionale a Y, più cresce la spesa pubblica e più cresce il PIL.
Le regole europee però impongono il pareggio di bilancio.
B = T - G
Dove:
B = Bilancio
T = Tasse
G = Spesa pubblica.
Per esserci un pareggio di bilancio in uno stato in deficit, o si alzano le tasse oppure si tagliano le spese. Entrambi questi fattori sono depressivi. Le tasse incidono sulla componente C (consumi) del PIL, riducendo la spesa in consumi.
Evitando di mostrare equazioni per esperti (ma vi invito a leggere libri di economia in proposito) un aumento delle tasse va a incidere sul moltiplicatore del reddito(http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_macroeconomica#Moltiplicatore_sul_reddito_della_spesa_pubblica ).
Come vedete la situazione è molto più complessa di quella che può apparire. Nel momento in cui un governo non ha libertà di espandere l'economia o attraverso la riduzione delle tasse oppure attraverso l'aumento della spesa pubblica è un governo dimezzato. Il vero potere politico infatti da anni si è spostato in Europa, ma in Italia le opposte fazioni di tifosi non lo sanno oppure non gli importa.
Per uno stato in deficit come l'Italia, pareggio di bilancio vuol dire diminuzione della spesa pubblica e quindi soprattutto degli investimenti pubblici. Oltretutto se si decide di abbassare le tasse i tagli devono essere ancora maggiori. L'effetto complessivo sul PIL è un'incognita perché dipende dalla fiducia dei consumatori e dei produttori.
In uno stato di "crisi" le persone sono portate a modificare la loro propensione al consumo cercando di consumare di meno anche se questo atteggiamento che può sembrare del tutto sensato è invece un ulteriore freno alla crescita e anzi può innescare anche una profonda crisi.
Sempre a livello europeo, dove ormai c'è la politica che conta, la BCE ha alzato i tassi d'interesse dello 0,25% portando il costo del denaro all'1,5%.
Per le persone che non sanno cosa significa questo, in pratica la BCE per contrastare possibili spinte inflazionistiche riduce l'afflusso di denaro dal circolo economico, impoverendo tutta l'area dell'euro anche se le cifre possono sembrare esigue e facendo quindi diminuire la domanda di beni e servizi.
A questa situazione che già è difficile si aggiungono le tensioni internazionali e il rischio di default degli Stati Uniti che possono far ripiombare l'intero mondo in una crisi ancora più profonda di quella che abbiamo vissuto fino a ora.
Che cosa ci rimane da fare?
La mia soluzione parte dal principio che se non si può stimolare la domanda si deve necessariamente fare in modo da stimolare l'offerta.
Se si riesce a causare uno spostamento della curva d'offerta verso destra (per i profani, se si riesce a far crescere la quantità offerta per ogni livello di prezzo), a parità di domanda i prezzi generali dovrebbero scendere e quindi si andrebbe incontro a una sorta di deflazione ma che produce crescita del PIL reale.
Per fare un esempio. Supponiamo che oggi il paese di Tortopoli produca ogni giorno 100 torte al prezzo di 20 euro a torta. Il totale è quindi un prodotto di 2000 euro al giorno. Supponiamo che si riesca a produrre uno spostamento della curva d'offerta causata da una riduzione dei costi e che quindi si riescano a produrre 120 torte a un prezzo di 18 euro ciascuna. Il prodotto cresce da 2000 euro al giorno a 2160 euro al giorno. Ma stiamo parlando di "prodotto nominale" perché in realtà il prodotto reale è di 2400 euro. In parole povere 2160 euro valgono ora quanto valevano 2400 euro prima.
Se usiamo le percentuali, un aumento dell'8% del reddito nominale corrisponde a un aumento del 20% del reddito reale.
Ma facciamo un esempio ancora più particolare. Supponiamo che a Tortopoli la diminuzioni dei costi di produzione faccia produrre 125 torte a 15 euro a torta. Il prodotto nominale scenderebbe da 2000 euro a 1875 euro. Vuol dire che c'è stata una perdita economica? No, vuol dire che c'è stata una crescita economica del 25% in termini di reddito reale a fronte di una perdita del reddito nominale del 6,25%.
Ma se la teoria è favorevole, mettere in pratica questo tipo di azione economica senza causare grossi problemi è davvero complesso.
Tutte le imprese infatti cercano di abbattere i costi di produzione, ma riescono ad agire solo sui lavoratori attraverso una riduzione del personale prima e assumendo successivamente personale a costo più basso.
Così si impoverisce il sistema e vengono tagliati fuori dal gioco proprio le risorse con più esperienza e qualifiche. In periodo di crisi le aziende preferiscono fare considerazioni di quantità piuttosto che di qualità e quindi per loro è preferibile rinunciare a una risorsa costosa ma molto esperta e qualificata e magari sostituirla con risorse insesperte e meno specializzate il cui costo complessivo però è inferiore.
Le crisi economiche causano anche uno spostamento verso il basso delle capacità lavorative generali.
Come evitare questa dequalificazione lo esporrò nella seconda parte.
Vai alla seconda parte
lunedì 11 luglio 2011
La fine del mondo?
No, non c'entrano niente i Maya o Giacobbo. Qui parliamo della fine della civiltà, dell'entrata nella lunga notte... insomma del crollo dell'economia mondiale...
Ehi tu? Sì, proprio tu, non fare finta che non ti riguardi, perché ci sei dentro fino al collo.
Entro il 2 agosto gli Stati Uniti devono trovare un accordo sul loro debito. Un risanamento da 4000 miliardi di dollari. Avete letto bene, 4000 miliardi di risanamento, spalmato in 10 anni. Questo vuol dire 400 miliardi di dollari all'anno una cifra notevolmente superiore a quei 47 miliardi di euro della manovra di Tremonti spalmata oltretutto su 3 anni per la quale noi italiani ci stiamo incazzando (e scusate il termine ma non c'è sinonimo di pari intensità...).
Cosa succederà se non si riuscirà a trovare un accordo tra i Democratici e i Repubblicani? Che gli Stati Uniti saranno costretti a dichiarare bancarotta.
Avete presente lo tsunami del 2006? Quella è poca roba in confronto a quello che potrebbe capitare come conseguenza di una possibile bancarotta statunitense. Lo tsunami economico-finanziario travolgerà la vita di miliardi di persone. Sarà la fine della civiltà per come la conosciamo.
Il fatto che le conseguenze potrebbero essere così devastanti fa pensare a tutti che difficilmente la cosa potrebbe accadere. Come se di fronte al baratro le persone potessero finalmente buttare all'ortiche le loro profonde convinzioni e la loro mentalità di parte per diventare improvvisamente ragionevoli e responsabili.
La verità è che meno male che sono gli americani a dover stabilire le sorti del mondo e non gli italiani.
Perché se dipendesse dal senso di responsabilità e dalla capacità di ragionare degli italiani il 2 agosto gli italiani si preoccuperebbero solo di far apparire l'avversario politico come l'unico responsabile della catastrofe.
Eccoli lì i partiti politici! Associazioni capaci solo di dividere le nazioni, di spaccarle in blocchi contrapposti di tifosi dementi e che di fronte alla catastrofe rischiano e alzano la posta pur di ottenere una vittoria politica.
Tutto il mondo è paese. Gli Stati Uniti hanno dimostrato spesso che i loro partiti riescono a collaborare. Ma aver dipinto Bush come l'incarnazione del diavolo da parte dei democratici non ha fatto altro che alimentare una profonda spaccatura anche lì. I repubblicani hanno fatto la stessa cosa nei confronti di Obama come reazione.
Eccoci al punto. A questo mondo sono le persone ragionevoli che stanno perdendo.
E tu? Cosa sei? Sei una persona ragionevole? O sei un tifoso? La mattina quando ti alzi pensi di poter fare qualcosa per questo mondo oppure pensi che il mondo sarebbe migliore solo se non ci fosse la destra o la sinistra a seconda di come la pensi?
Ehi tu? Sì, proprio tu, non fare finta che non ti riguardi, perché ci sei dentro fino al collo.
Entro il 2 agosto gli Stati Uniti devono trovare un accordo sul loro debito. Un risanamento da 4000 miliardi di dollari. Avete letto bene, 4000 miliardi di risanamento, spalmato in 10 anni. Questo vuol dire 400 miliardi di dollari all'anno una cifra notevolmente superiore a quei 47 miliardi di euro della manovra di Tremonti spalmata oltretutto su 3 anni per la quale noi italiani ci stiamo incazzando (e scusate il termine ma non c'è sinonimo di pari intensità...).
Cosa succederà se non si riuscirà a trovare un accordo tra i Democratici e i Repubblicani? Che gli Stati Uniti saranno costretti a dichiarare bancarotta.
Avete presente lo tsunami del 2006? Quella è poca roba in confronto a quello che potrebbe capitare come conseguenza di una possibile bancarotta statunitense. Lo tsunami economico-finanziario travolgerà la vita di miliardi di persone. Sarà la fine della civiltà per come la conosciamo.
Il fatto che le conseguenze potrebbero essere così devastanti fa pensare a tutti che difficilmente la cosa potrebbe accadere. Come se di fronte al baratro le persone potessero finalmente buttare all'ortiche le loro profonde convinzioni e la loro mentalità di parte per diventare improvvisamente ragionevoli e responsabili.
La verità è che meno male che sono gli americani a dover stabilire le sorti del mondo e non gli italiani.
Perché se dipendesse dal senso di responsabilità e dalla capacità di ragionare degli italiani il 2 agosto gli italiani si preoccuperebbero solo di far apparire l'avversario politico come l'unico responsabile della catastrofe.
Eccoli lì i partiti politici! Associazioni capaci solo di dividere le nazioni, di spaccarle in blocchi contrapposti di tifosi dementi e che di fronte alla catastrofe rischiano e alzano la posta pur di ottenere una vittoria politica.
Tutto il mondo è paese. Gli Stati Uniti hanno dimostrato spesso che i loro partiti riescono a collaborare. Ma aver dipinto Bush come l'incarnazione del diavolo da parte dei democratici non ha fatto altro che alimentare una profonda spaccatura anche lì. I repubblicani hanno fatto la stessa cosa nei confronti di Obama come reazione.
Eccoci al punto. A questo mondo sono le persone ragionevoli che stanno perdendo.
E tu? Cosa sei? Sei una persona ragionevole? O sei un tifoso? La mattina quando ti alzi pensi di poter fare qualcosa per questo mondo oppure pensi che il mondo sarebbe migliore solo se non ci fosse la destra o la sinistra a seconda di come la pensi?
venerdì 8 luglio 2011
Bipolarismo e separazione dei poteri.
Il bipolarismo o il bipartitismo possono essere democratici solo ed esclusivamente se non esiste vincolo di mandato per i rappresentanti.
Qualcuno di voi già starà storcendo il naso pensando a Scilipoti o Mastella, ma l'argomento è serio ed è necessario discuterne.
Il "bipolarismo all'Italiana" in cui devono esserci schieramenti nettamente separati e contrapposti e che prevedono un solco invalicabile tra uno schieramento e gli altri non fa altro che portare l'Italia verso la dittatura della maggioranza.
Le repubbliche parlamentari esprimono la loro democraticità tanto più è possibile trovare una mediazione degli interessi e delle visioni personali all'interno del parlamento. Se si attuano leggi elettorali che costringono i partiti a fare una mediazione prima di entrare in parlamento le cose possono degenerare alquanto.
Una mediazione è tanto più democratica quanto maggiore è la distanza ideologica delle parti che devono trovare l'accordo. Teoricamente è più democratica una mediazione fatta tra PDL e IDV che non una fatta tra PDL e UDC oppure tra IDV e PD.
Una legge elettorale che costringe i partiti a raggrupparsi cercando quanto più possibile di essere "omogenei" tra loro di fatto rende più povero il confronto democratico.
Perché quando un gruppo omogeneo poi vince le elezioni ha la maggioranza necessaria per legiferare senza dover fare mediazioni con gli altri gruppi.
Le leggi vengono fatte quindi non nell'interesse degli italiani ma nell'interesse dei sostenitori del gruppo omogeno che ha vinto le elezioni (non sempre, ma in linea di massima sì).
In una repubblica parlamentare dove l'esecutivo viene eletto dal parlamento e da questo riceve la fiducia la democraticità è maggiore se le maggioranze si creano dopo il voto e non prima.
In Germania le maggioranze si formano dopo il voto e non prima anche se è ovvio che alleanze storiche tendono a riproporsi.
Anche in Inghilterra avviene lo stesso anche se lì c'è una monarchia parlamentare, un sistema maggioritario e un forte bipartitismo. L'ultimo governo di Cameron però ha visto la necessaria collaborazione di un terzo partito, senza il quale Cameron non potrebbe governare.
Ma Cameron non si è presentato ai blocchi di partenza insieme ai liberaldemocratici. L'alleanza non è nata prima, ma dopo.
E poi c'è il caso degli Stati Uniti. Lì sì che c'è un bipartitismo molto forte, ma c'è anche una repubblica presidenziale con una separazione tra potere legislativo e potere esecutivo. C'è una piccola interferenza tra i due poteri che vanno a costituire il cosiddetto sistema del "checks and balances". Il presidente ha il diritto di rigettare una legge, anche all'infinito e il parlamento fa la legge di bilancio.
Questa separazione dei poteri garantisce la mediazione nella stragrande maggioranza dei casi. È anche vero che spesso tra i due partiti c'è molta meno differenza di quanta ce ne sia nei partiti tradizionali europei, ma il fatto che esecutivo e legislativo siano separati tra loro spesso ha determinato un parlamento di un colore e una presidenza di colore opposto.
Non può esistere una terza via "all'italiana". Se si sceglie di stare in una repubblica parlamentare è necessario creare un sistema elettorale dove le maggioranze si formano dopo le elezioni e questo caratterizza sicuramente un voto più ideologico che non pratico. Viceversa se si vuole poter scegliere in anticipo un programma e una maggioranza è necessario passare a un sistema presidenziale.
Maggioranze precostituite in un sistema parlamentare non si vedono in nessuna delle grandi democrazie ma ricordano abbastanza gli stati dittatoriali del sudamerica.
Il mio punto di vista personale è che mentre la separazione dei poteri è una necessità assoluta, perché non si concentra nelle mani di pochi troppo potere, il bipolarismo e il bipartitismo ma in generale tutti i partiti sono superflui.
Si possono raggiungere risultati ancora migliori attraverso le assemblee popolari il cui tasso di democraticità è nettamente maggiore di quello di ogni partito.
La ragione è evidente. Ci sono partiti che nella loro storia hanno sostenuto o sostengono idee che non sono democratiche oppure che non hanno al loro interno una vera democraticità.
Le assemblee popolari invece sono democratiche perché le regole che le costituiscono sono democratiche.
Bisogna riuscire a uscire dalla cultura della contrapposizione e della guerra fredda civile tra blocchi partitici e politici contrapposti per dare finalmente spazio all'unica cosa che ci distingue dagli animali, ovvero la ragione.
Qualcuno di voi già starà storcendo il naso pensando a Scilipoti o Mastella, ma l'argomento è serio ed è necessario discuterne.
Il "bipolarismo all'Italiana" in cui devono esserci schieramenti nettamente separati e contrapposti e che prevedono un solco invalicabile tra uno schieramento e gli altri non fa altro che portare l'Italia verso la dittatura della maggioranza.
Le repubbliche parlamentari esprimono la loro democraticità tanto più è possibile trovare una mediazione degli interessi e delle visioni personali all'interno del parlamento. Se si attuano leggi elettorali che costringono i partiti a fare una mediazione prima di entrare in parlamento le cose possono degenerare alquanto.
Una mediazione è tanto più democratica quanto maggiore è la distanza ideologica delle parti che devono trovare l'accordo. Teoricamente è più democratica una mediazione fatta tra PDL e IDV che non una fatta tra PDL e UDC oppure tra IDV e PD.
Una legge elettorale che costringe i partiti a raggrupparsi cercando quanto più possibile di essere "omogenei" tra loro di fatto rende più povero il confronto democratico.
Perché quando un gruppo omogeneo poi vince le elezioni ha la maggioranza necessaria per legiferare senza dover fare mediazioni con gli altri gruppi.
Le leggi vengono fatte quindi non nell'interesse degli italiani ma nell'interesse dei sostenitori del gruppo omogeno che ha vinto le elezioni (non sempre, ma in linea di massima sì).
In una repubblica parlamentare dove l'esecutivo viene eletto dal parlamento e da questo riceve la fiducia la democraticità è maggiore se le maggioranze si creano dopo il voto e non prima.
In Germania le maggioranze si formano dopo il voto e non prima anche se è ovvio che alleanze storiche tendono a riproporsi.
Anche in Inghilterra avviene lo stesso anche se lì c'è una monarchia parlamentare, un sistema maggioritario e un forte bipartitismo. L'ultimo governo di Cameron però ha visto la necessaria collaborazione di un terzo partito, senza il quale Cameron non potrebbe governare.
Ma Cameron non si è presentato ai blocchi di partenza insieme ai liberaldemocratici. L'alleanza non è nata prima, ma dopo.
E poi c'è il caso degli Stati Uniti. Lì sì che c'è un bipartitismo molto forte, ma c'è anche una repubblica presidenziale con una separazione tra potere legislativo e potere esecutivo. C'è una piccola interferenza tra i due poteri che vanno a costituire il cosiddetto sistema del "checks and balances". Il presidente ha il diritto di rigettare una legge, anche all'infinito e il parlamento fa la legge di bilancio.
Questa separazione dei poteri garantisce la mediazione nella stragrande maggioranza dei casi. È anche vero che spesso tra i due partiti c'è molta meno differenza di quanta ce ne sia nei partiti tradizionali europei, ma il fatto che esecutivo e legislativo siano separati tra loro spesso ha determinato un parlamento di un colore e una presidenza di colore opposto.
Non può esistere una terza via "all'italiana". Se si sceglie di stare in una repubblica parlamentare è necessario creare un sistema elettorale dove le maggioranze si formano dopo le elezioni e questo caratterizza sicuramente un voto più ideologico che non pratico. Viceversa se si vuole poter scegliere in anticipo un programma e una maggioranza è necessario passare a un sistema presidenziale.
Maggioranze precostituite in un sistema parlamentare non si vedono in nessuna delle grandi democrazie ma ricordano abbastanza gli stati dittatoriali del sudamerica.
Il mio punto di vista personale è che mentre la separazione dei poteri è una necessità assoluta, perché non si concentra nelle mani di pochi troppo potere, il bipolarismo e il bipartitismo ma in generale tutti i partiti sono superflui.
Si possono raggiungere risultati ancora migliori attraverso le assemblee popolari il cui tasso di democraticità è nettamente maggiore di quello di ogni partito.
La ragione è evidente. Ci sono partiti che nella loro storia hanno sostenuto o sostengono idee che non sono democratiche oppure che non hanno al loro interno una vera democraticità.
Le assemblee popolari invece sono democratiche perché le regole che le costituiscono sono democratiche.
Bisogna riuscire a uscire dalla cultura della contrapposizione e della guerra fredda civile tra blocchi partitici e politici contrapposti per dare finalmente spazio all'unica cosa che ci distingue dagli animali, ovvero la ragione.
lunedì 4 luglio 2011
Come lo salviamo il mondo?
http://www3.lastampa.it/ambiente/sezioni/ambiente/articolo/lstp/409863/
Ci sono riserve di cibo al mondo solo per 116 giorni e ovviamente ci sono le speculazioni sui terreni e sui biocarburanti da parte del mondo occidentale.
Io già me lo immagino il cittadino occidentale con il suo bel SUV a biocarburante che va in giro fiero di aver salvato il mondo dalle emissioni cattive di CO2 e che ignora del tutto che grazie a lui muoiono di fame ogni anno decine di milioni di persone...
Del resto non è colpa sua. Se perfino nello stesso giornale e nello stesso giorno esce fuori un articolo come questo:
http://www3.lastampa.it/ambiente/sezioni/ambiente/articolo/lstp/409865/
In questo articolo si definisce "promettente" l'uso dei biocarburanti. Promettenti per cosa? Per aumentare ancora di più la fame nel mondo?
Ma qualcuno lo vuole capire che bisogna fermarlo questo scellerato mercato in cui per produrre energia condanniamo a morte certa per fame milioni di persone?
In questo stesso articolo si parla poi dei cambiamenti climatici, sottointendendo che la colpa di tutto ciò va data al petrolio e al carbone e siccome l'ignoranza regna sovrana si vede come soluzione il gas naturale che viene considerato meno "inquinante". La CO2 non è un elemento "inquinante" visto che viene usato dalle piante e trasformata in "zuccheri" attraverso la fotosintesi. Ma quello che l'autore dell'articolo forse ignora è che il potere "serra" del metano è 21 volte superiore a quello della CO2.
Inoltre si prevedono scenari di innalzamento dei mari, siccità e altre fantastiche cose catastrofiche di cui l'unico responsabile è l'uomo... anzi, le lobby dell'energia...
Peccato però che poi escano notizie come questa:
http://www.meteogiornale.it/notizia/20743-1-il-sole-va-in-letargo
L'attività solare sta rallentando e potremmo (condizionale d'obbligo visto che nessuno aveva previsto il rallentamento dell'attività solare, vista la nostra scarsa conoscenza in merito) trovarci di fronte a un nuovo minimo solare come quelli di Dalton o Maunder.
Se questo dovesse avvenire e la temperatura del pianeta dovesse scendere come è del tutto prevedibile, tutte le dichiarazioni fatte sulle cause antropiche del riscaldamento terrestre finiranno nel cesso e giustamente scaricate come si conviene a un pacco di "stronzate".
Ma non è tutto. Se tutto questo dovesse accadere, noi i pannelli solari ce li diamo sulle gengive? Perché la teoria vuole che a un rallentamento o a un letargo dell'attività magnetica del Sole corrisponde anche una maggiore copertura nuvolosa. E questa copertura non solo fa diminuire la temperatura, ma produce "ombra" che fa abbassare notevolmente la resa dei pannelli fotovoltaici.
Le politiche "green" che fanno tanto FIGO chi le porta avanti, come se fosse un salvatore del mondo dalle cattive lobby petrolifere e dai cattivi governi che vogliono bombardare i cittadini con le radiazioni nucleari, generano VITTIME REALI nei paesi del terzo mondo. LA GENTE MUORE DI FAME PER COLPA DI QUESTE IDEE!
E per colpa di queste idee il costo dell'energia sale e questo non fa altro che danneggiare ulteriormente la gente povera. Ai ricchi non gliene importa nulla di pagare di più l'energia. Avete idea di quanti metri quadrati di pannelli solari possono istallarsi sui tetti delle loro case persone come Bill Gates o per restare in Italia, Berlusconi? Talmente tanti da poter perfino vendere energia agli altri.
Ve la immaginate invece una palazzina di otto piani con tre appartamenti a piano che vuole istallarsi i pannelli solari per risparmiare? Anche a coprire tutto il tetto di pannelli solari il contributo che spetta a ogni appartamento è minimo e saranno sempre costretti a comprare energia.
Gli impianti solari o eolici "domestici" sono più redditizi se installati su una villa che su una palazzina popolare. Ancora una volta il fiume va al mare e chi ci guadagna sono i ricchi e il citriolo gira gira finisce sempre nel solito posto...
Ma dire tutto ciò non fa FIGO. Diventi il cattivo nuclearista che vuole irradiare il mondo con le radiazioni atomiche.
E non importa un fico secco se esistono centrali che potrebbero funzionare perfino con le scorie oppure centrali come il Rubbiatron (http://it.wikipedia.org/wiki/Rubbiatron ) che potrebbe ridurre le scorte mondiali di plutonio e potrebbe far passare la radiotossicità delle scorie da centinaia di migliaia di anni a soli 500 anni.
Essere "green" fa FIGO, ma uccide milioni di persone ogni anno. Essere nuclearisti è come essere amici del diavolo, peccato che le centrali nucleari abbiano fatto molte meno vittime da quando esistono di quante ne produce un solo mese di politica "green" e siano una fonte energetica economica e che quindi costa meno ai cittadini sia sulla bolletta, ma soprattutto sui consumi perché oltre a essere i cittadini a risparmiare sulla bolletta, sono imprese, industrie e commercianti che avendo minori spese hanno anche profitti più alti e questo si traduce in nuovi posti di lavoro, maggiore concorrenza e prezzi più bassi.
Come lo salviamo il mondo? Spero che lo si salvi usando la ragione. E la ragione tante volte è controintuitiva. Ti fa vedere le magagne dove non vorresti che ci fossero e ti fa vedere le cose buone dove non pensavi che ci fossero.
Ci sono riserve di cibo al mondo solo per 116 giorni e ovviamente ci sono le speculazioni sui terreni e sui biocarburanti da parte del mondo occidentale.
Io già me lo immagino il cittadino occidentale con il suo bel SUV a biocarburante che va in giro fiero di aver salvato il mondo dalle emissioni cattive di CO2 e che ignora del tutto che grazie a lui muoiono di fame ogni anno decine di milioni di persone...
Del resto non è colpa sua. Se perfino nello stesso giornale e nello stesso giorno esce fuori un articolo come questo:
http://www3.lastampa.it/ambiente/sezioni/ambiente/articolo/lstp/409865/
In questo articolo si definisce "promettente" l'uso dei biocarburanti. Promettenti per cosa? Per aumentare ancora di più la fame nel mondo?
Ma qualcuno lo vuole capire che bisogna fermarlo questo scellerato mercato in cui per produrre energia condanniamo a morte certa per fame milioni di persone?
In questo stesso articolo si parla poi dei cambiamenti climatici, sottointendendo che la colpa di tutto ciò va data al petrolio e al carbone e siccome l'ignoranza regna sovrana si vede come soluzione il gas naturale che viene considerato meno "inquinante". La CO2 non è un elemento "inquinante" visto che viene usato dalle piante e trasformata in "zuccheri" attraverso la fotosintesi. Ma quello che l'autore dell'articolo forse ignora è che il potere "serra" del metano è 21 volte superiore a quello della CO2.
Inoltre si prevedono scenari di innalzamento dei mari, siccità e altre fantastiche cose catastrofiche di cui l'unico responsabile è l'uomo... anzi, le lobby dell'energia...
Peccato però che poi escano notizie come questa:
http://www.meteogiornale.it/notizia/20743-1-il-sole-va-in-letargo
L'attività solare sta rallentando e potremmo (condizionale d'obbligo visto che nessuno aveva previsto il rallentamento dell'attività solare, vista la nostra scarsa conoscenza in merito) trovarci di fronte a un nuovo minimo solare come quelli di Dalton o Maunder.
Se questo dovesse avvenire e la temperatura del pianeta dovesse scendere come è del tutto prevedibile, tutte le dichiarazioni fatte sulle cause antropiche del riscaldamento terrestre finiranno nel cesso e giustamente scaricate come si conviene a un pacco di "stronzate".
Ma non è tutto. Se tutto questo dovesse accadere, noi i pannelli solari ce li diamo sulle gengive? Perché la teoria vuole che a un rallentamento o a un letargo dell'attività magnetica del Sole corrisponde anche una maggiore copertura nuvolosa. E questa copertura non solo fa diminuire la temperatura, ma produce "ombra" che fa abbassare notevolmente la resa dei pannelli fotovoltaici.
Le politiche "green" che fanno tanto FIGO chi le porta avanti, come se fosse un salvatore del mondo dalle cattive lobby petrolifere e dai cattivi governi che vogliono bombardare i cittadini con le radiazioni nucleari, generano VITTIME REALI nei paesi del terzo mondo. LA GENTE MUORE DI FAME PER COLPA DI QUESTE IDEE!
E per colpa di queste idee il costo dell'energia sale e questo non fa altro che danneggiare ulteriormente la gente povera. Ai ricchi non gliene importa nulla di pagare di più l'energia. Avete idea di quanti metri quadrati di pannelli solari possono istallarsi sui tetti delle loro case persone come Bill Gates o per restare in Italia, Berlusconi? Talmente tanti da poter perfino vendere energia agli altri.
Ve la immaginate invece una palazzina di otto piani con tre appartamenti a piano che vuole istallarsi i pannelli solari per risparmiare? Anche a coprire tutto il tetto di pannelli solari il contributo che spetta a ogni appartamento è minimo e saranno sempre costretti a comprare energia.
Gli impianti solari o eolici "domestici" sono più redditizi se installati su una villa che su una palazzina popolare. Ancora una volta il fiume va al mare e chi ci guadagna sono i ricchi e il citriolo gira gira finisce sempre nel solito posto...
Ma dire tutto ciò non fa FIGO. Diventi il cattivo nuclearista che vuole irradiare il mondo con le radiazioni atomiche.
E non importa un fico secco se esistono centrali che potrebbero funzionare perfino con le scorie oppure centrali come il Rubbiatron (http://it.wikipedia.org/wiki/Rubbiatron ) che potrebbe ridurre le scorte mondiali di plutonio e potrebbe far passare la radiotossicità delle scorie da centinaia di migliaia di anni a soli 500 anni.
Essere "green" fa FIGO, ma uccide milioni di persone ogni anno. Essere nuclearisti è come essere amici del diavolo, peccato che le centrali nucleari abbiano fatto molte meno vittime da quando esistono di quante ne produce un solo mese di politica "green" e siano una fonte energetica economica e che quindi costa meno ai cittadini sia sulla bolletta, ma soprattutto sui consumi perché oltre a essere i cittadini a risparmiare sulla bolletta, sono imprese, industrie e commercianti che avendo minori spese hanno anche profitti più alti e questo si traduce in nuovi posti di lavoro, maggiore concorrenza e prezzi più bassi.
Come lo salviamo il mondo? Spero che lo si salvi usando la ragione. E la ragione tante volte è controintuitiva. Ti fa vedere le magagne dove non vorresti che ci fossero e ti fa vedere le cose buone dove non pensavi che ci fossero.
martedì 28 giugno 2011
Sconfiggere la povertà...
Chi ha l'ambizione di voler ridisegnare una società deve cercare almeno di trovare soluzioni che possano risolvere problemi decennali se non addirittura secolari.
Fare in modo che i poveri possano "rientrare" nel gioco e non essere "abbandonati" a se stessi dalla società è sicuramente uno degli obiettivi che ci si deve porre.
Come si può fare per rendere i poveri "meno poveri"?
Teniamo presente che il sentimento di povertà è ben più importante della reale povertà economica.
Molte persone che rientrano nella fascia di povertà oggi, possiedono beni come quelli che aveva la classe media 50 anni fa. E un cittadino medio di oggi, vive molto meglio di un re medioevale pur non avendo forzieri d'oro e castelli.
Il concetto di povertà è relativo al benessere generale. In una situazione di povertà diffusa il cittadino povero condivide la sua situazione e di conseguenza si sente più integrato nella società di un povero che vive dove c'è un benessere diffuso.
Tanto più il reddito di un cittadino povero si distacca dal reddito medio e tanto più si sentirà povero.
Se 99 cittadini guadagnano 1 soldo e un cittadino guadagna 101 soldi, mediamente tutti i cittadini guadagneranno 2 soldi. La distanza del cittadino povero dal cittadino medio (che non esiste in questa situazione) è quindi di 1 soldo.
Viceversa se 10 cittadini guadagnano 1 soldo, 20 guadagnano 5 soldi, 40 cittadini guadagnano 10, 20 guadagnano 50 e gli ultimi 10 guadagnano 100 abbiamo un reddito complessivo di 2510 soldi e un reddito medio di 25,1 soldi. In questa situazione il cittadino povero che guadagna 1 soldo è distante di 24,1 soldi dal reddito medio e quindi si sentirà più povero.
Rispetto alla situazione precedente, il cittadino più ricco ha un reddito che si distacca di 74,9 soldi dal reddito medio mentre il cittadino più ricco della situazione precedente si distaccava dal reddito medio di 99 soldi.
I cittadini ricchi del secondo esempio sono "più poveri" del cittadino ricco del primo esempio, eppure un cittadino povero si sente più povero nel secondo esempio che non nel primo, perché il suo reddito si misura anche con i redditi di tutti gli altri e non solo dei più ricchi.
Si può notare come complessivamene le persone che nel primo esempio guadagnavano meno del reddito medio erano il 99% mentre nel secondo esempio erano il 70%
Nonostante le condizioni di vita generali sono migliorate (più reddito complessivo, minor numero di poveri), la gente si sente più povera nel secondo caso che non nel primo.
Nei costi di un'impresa ci sono i salari dei dipendenti. Se si vuole evitare che questi costi possano essere ridotti attraverso una diminuzione dei dipendenti o attraverso (laddove è possibile) una riduzione del salario è necessario che si attuino delle politiche che facilitino la diminuzione di tutti gli altri tipi di costi che un'azienda può avere. Quindi il costo dell'energia, delle materie prime, dei tassi d'interesse e di tutte le altre possibili componenti dei costi.
Ho già parlato in alte occasioni ( http://nuovadem.blogspot.com/2011/01/la-moneta-drogata-e-la-crisi-mondiale.html ) che anche una diminuzione del salario nominale può essere un vantaggio se in cambio si ottiene maggior potere d'acquisto.
Una società di questo tipo in pratica creerebbe uno spostamento della curva di offerta permettendo alle imprese di produrre maggiore quantità a prezzi più bassi.
Pagare di meno l'energia tra le altre cose produrrebbe un effetto di questo tipo.
Uno dei metodi per affrontare la povertà è quello di attuare delle politiche socialdemocratiche. Il problema della socialdemocrazia è uno stato molto pesante che alla fine tende a deprimere l'economia.
Infatti moltissime socialdemocrazie hanno liberalizzato o si sono totalmente aperte all'economia del libero mercato.
Io sostengo che si possono ottenere gli stessi vantaggi della socialdemocrazia, ma con uno stato minimo e il libero mercato.
Anche nel libro di economia da me citato che ha tra i suoi autori Ben Bernanke, l'attuale presidente della federal reserve, tra le soluzioni individuate per combattere la povertà c'è il trasferimento di reddito.
Ovviamente il problema del trasferimento di reddito è che la gente perderebbe l'incentivo a lavorare sodo se gli venisse concesso del reddito aggiuntivo gratuito.
Ma io sono convinto che la gente preferirebbe pensare che questo reddito aggiuntivo, anche se è un trasferimento di reddito, se l'è guadagnato.
Da qui la mia idea di creare un meccanismo di trasferimento che metta insieme il merito sul lavoro con il merito sociale.
Attraverso la creazione di livelli di merito chi ottiene livelli più elevati ottiene un maggiore trasferimento di reddito.
Per evitare che questo metodo sia "sabotato" è importante che sia applicato a tutti i cittadini indipendentemente dal reddito di partenza.
Anche se può sembrare contraddittorio che un ricco partecipi alla divisione di questo trasferimento di reddito, in realtà quello che conta è il volume di denaro che si riceve e quello che invece si paga con le tasse.
Prendiamo, per esempio, la situazione della divisione del reddito precedente, quello del secondo esempio e per semplicità ipotizziamo che tutti i cittadini abbiano livello di merito 1. Supponiamo che tutti i cittadini paghino una tassa del 30% del loro reddito e sempre per semplicità che tutta la quota sia interamente restituita in trasferimento di reddito.
Questo significa che per ogni livello di merito deve essere restituito un reddito di 7,53 soldi.
Di conseguenza ecco come dopo la distribuzione sarà il reddito:
10 persone avranno un reddito di 8,23 soldi
20 persone avranno un reddito di 11,03 soldi
40 persone avranno un reddito di 14,53 soldi
20 persone avranno un reddito di 42,53 soldi
10 persone avranno un reddito di 77,53 soldi
Rispetto a prima ora le persone più povere distano dal reddito medio per soli 16,87 soldi e possiede 7,23 soldi in più da spendere per vivere.
Come potete notare, tutte le fascie di reddito al di sotto del reddito medio ci guadagnano.
Prima la distanza tra il più ricco e il più povero era di 99 soldi, mentre ora la distanza si è ridotta a 69,3 soldi.
Questo tipo di politica funziona perché collega il guadagno di livelli di merito al rendimento sul lavoro, alla collaborazione con i colleghi (e quindi vengono punite tutte le strategie volte a fare carriera facendo le scarpe ai colleghi...) e alla partecipazione politica e sociale, perché cosa da non dimenticare il mio modello di società si basa sulle assemblee cittadine invece che sui partiti politici e per mantenere viva una società di questo tipo è necessario che i cittadini siano incentivati a partecipare. L'introduzione dei livelli di merito può risolvere molti problemi.
Ovviamente non è la panacea di tutti i mali. Deve essere fatta con criterio per funzionare e deve essere fatto in modo da favorire la produzione e il risparmio.
L'idea di fare politiche "più costose" che verranno bilanciate dal trasferimento di reddito basato sui livelli di merito, toglietevelo dalla testa.
Una vera democrazia può essere longeva e prospera solo se minimizza i costi sociali e quindi abbassa i costi economici e fa diminuire o annulla possibili tensioni sociali.
Fare politiche che alzano i costi di produzione (reddito dei dipendenti escluso) è da irresponsabili e possono portare alla dissoluzione di equilibri democratici importantissimi.
Minimizzare i costi sociali non è un suggerimento, è l'unica cosa. Senza questo importante principio nessun sistema democratico può reggere a lungo. Ed è a causa di politiche che non minimizzano i costi sociali che ogni sistema è destinato a fallire.
Di conseguenza qualsiasi società, e in particolare una società democratica, può sopravvivere se e solo se rispetta il principio di minizzare i costi sociali. Tutte le politiche che minimizzano i costi alla fine convergono verso un sistema democratico.
La povertà, può essere sconfitta, basta la volontà e la ragione.
Fare in modo che i poveri possano "rientrare" nel gioco e non essere "abbandonati" a se stessi dalla società è sicuramente uno degli obiettivi che ci si deve porre.
Come si può fare per rendere i poveri "meno poveri"?
Teniamo presente che il sentimento di povertà è ben più importante della reale povertà economica.
Molte persone che rientrano nella fascia di povertà oggi, possiedono beni come quelli che aveva la classe media 50 anni fa. E un cittadino medio di oggi, vive molto meglio di un re medioevale pur non avendo forzieri d'oro e castelli.
Il concetto di povertà è relativo al benessere generale. In una situazione di povertà diffusa il cittadino povero condivide la sua situazione e di conseguenza si sente più integrato nella società di un povero che vive dove c'è un benessere diffuso.
Tanto più il reddito di un cittadino povero si distacca dal reddito medio e tanto più si sentirà povero.
Se 99 cittadini guadagnano 1 soldo e un cittadino guadagna 101 soldi, mediamente tutti i cittadini guadagneranno 2 soldi. La distanza del cittadino povero dal cittadino medio (che non esiste in questa situazione) è quindi di 1 soldo.
Viceversa se 10 cittadini guadagnano 1 soldo, 20 guadagnano 5 soldi, 40 cittadini guadagnano 10, 20 guadagnano 50 e gli ultimi 10 guadagnano 100 abbiamo un reddito complessivo di 2510 soldi e un reddito medio di 25,1 soldi. In questa situazione il cittadino povero che guadagna 1 soldo è distante di 24,1 soldi dal reddito medio e quindi si sentirà più povero.
Rispetto alla situazione precedente, il cittadino più ricco ha un reddito che si distacca di 74,9 soldi dal reddito medio mentre il cittadino più ricco della situazione precedente si distaccava dal reddito medio di 99 soldi.
I cittadini ricchi del secondo esempio sono "più poveri" del cittadino ricco del primo esempio, eppure un cittadino povero si sente più povero nel secondo esempio che non nel primo, perché il suo reddito si misura anche con i redditi di tutti gli altri e non solo dei più ricchi.
Si può notare come complessivamene le persone che nel primo esempio guadagnavano meno del reddito medio erano il 99% mentre nel secondo esempio erano il 70%
Nonostante le condizioni di vita generali sono migliorate (più reddito complessivo, minor numero di poveri), la gente si sente più povera nel secondo caso che non nel primo.
Nei costi di un'impresa ci sono i salari dei dipendenti. Se si vuole evitare che questi costi possano essere ridotti attraverso una diminuzione dei dipendenti o attraverso (laddove è possibile) una riduzione del salario è necessario che si attuino delle politiche che facilitino la diminuzione di tutti gli altri tipi di costi che un'azienda può avere. Quindi il costo dell'energia, delle materie prime, dei tassi d'interesse e di tutte le altre possibili componenti dei costi.
Ho già parlato in alte occasioni ( http://nuovadem.blogspot.com/2011/01/la-moneta-drogata-e-la-crisi-mondiale.html ) che anche una diminuzione del salario nominale può essere un vantaggio se in cambio si ottiene maggior potere d'acquisto.
Una società di questo tipo in pratica creerebbe uno spostamento della curva di offerta permettendo alle imprese di produrre maggiore quantità a prezzi più bassi.
Pagare di meno l'energia tra le altre cose produrrebbe un effetto di questo tipo.
Uno dei metodi per affrontare la povertà è quello di attuare delle politiche socialdemocratiche. Il problema della socialdemocrazia è uno stato molto pesante che alla fine tende a deprimere l'economia.
Infatti moltissime socialdemocrazie hanno liberalizzato o si sono totalmente aperte all'economia del libero mercato.
Io sostengo che si possono ottenere gli stessi vantaggi della socialdemocrazia, ma con uno stato minimo e il libero mercato.
Anche nel libro di economia da me citato che ha tra i suoi autori Ben Bernanke, l'attuale presidente della federal reserve, tra le soluzioni individuate per combattere la povertà c'è il trasferimento di reddito.
Ovviamente il problema del trasferimento di reddito è che la gente perderebbe l'incentivo a lavorare sodo se gli venisse concesso del reddito aggiuntivo gratuito.
Ma io sono convinto che la gente preferirebbe pensare che questo reddito aggiuntivo, anche se è un trasferimento di reddito, se l'è guadagnato.
Da qui la mia idea di creare un meccanismo di trasferimento che metta insieme il merito sul lavoro con il merito sociale.
Attraverso la creazione di livelli di merito chi ottiene livelli più elevati ottiene un maggiore trasferimento di reddito.
Per evitare che questo metodo sia "sabotato" è importante che sia applicato a tutti i cittadini indipendentemente dal reddito di partenza.
Anche se può sembrare contraddittorio che un ricco partecipi alla divisione di questo trasferimento di reddito, in realtà quello che conta è il volume di denaro che si riceve e quello che invece si paga con le tasse.
Prendiamo, per esempio, la situazione della divisione del reddito precedente, quello del secondo esempio e per semplicità ipotizziamo che tutti i cittadini abbiano livello di merito 1. Supponiamo che tutti i cittadini paghino una tassa del 30% del loro reddito e sempre per semplicità che tutta la quota sia interamente restituita in trasferimento di reddito.
Questo significa che per ogni livello di merito deve essere restituito un reddito di 7,53 soldi.
Di conseguenza ecco come dopo la distribuzione sarà il reddito:
10 persone avranno un reddito di 8,23 soldi
20 persone avranno un reddito di 11,03 soldi
40 persone avranno un reddito di 14,53 soldi
20 persone avranno un reddito di 42,53 soldi
10 persone avranno un reddito di 77,53 soldi
Rispetto a prima ora le persone più povere distano dal reddito medio per soli 16,87 soldi e possiede 7,23 soldi in più da spendere per vivere.
Come potete notare, tutte le fascie di reddito al di sotto del reddito medio ci guadagnano.
Prima la distanza tra il più ricco e il più povero era di 99 soldi, mentre ora la distanza si è ridotta a 69,3 soldi.
Questo tipo di politica funziona perché collega il guadagno di livelli di merito al rendimento sul lavoro, alla collaborazione con i colleghi (e quindi vengono punite tutte le strategie volte a fare carriera facendo le scarpe ai colleghi...) e alla partecipazione politica e sociale, perché cosa da non dimenticare il mio modello di società si basa sulle assemblee cittadine invece che sui partiti politici e per mantenere viva una società di questo tipo è necessario che i cittadini siano incentivati a partecipare. L'introduzione dei livelli di merito può risolvere molti problemi.
Ovviamente non è la panacea di tutti i mali. Deve essere fatta con criterio per funzionare e deve essere fatto in modo da favorire la produzione e il risparmio.
L'idea di fare politiche "più costose" che verranno bilanciate dal trasferimento di reddito basato sui livelli di merito, toglietevelo dalla testa.
Una vera democrazia può essere longeva e prospera solo se minimizza i costi sociali e quindi abbassa i costi economici e fa diminuire o annulla possibili tensioni sociali.
Fare politiche che alzano i costi di produzione (reddito dei dipendenti escluso) è da irresponsabili e possono portare alla dissoluzione di equilibri democratici importantissimi.
Minimizzare i costi sociali non è un suggerimento, è l'unica cosa. Senza questo importante principio nessun sistema democratico può reggere a lungo. Ed è a causa di politiche che non minimizzano i costi sociali che ogni sistema è destinato a fallire.
Di conseguenza qualsiasi società, e in particolare una società democratica, può sopravvivere se e solo se rispetta il principio di minizzare i costi sociali. Tutte le politiche che minimizzano i costi alla fine convergono verso un sistema democratico.
La povertà, può essere sconfitta, basta la volontà e la ragione.
lunedì 27 giugno 2011
Ancora sul potere d'acquisto...
Nell'articolo precedente ho messo a confronto famiglie e imprese italiane con quelle francesi.
Veniva fuori che una famiglia media francese spendesse in un anno 80 euro in meno rispetto a una famiglia italiana.
Qualcuno potrebbe anche pensare che in fondo 80 euro di differenza non sia poi una gran cifra e che anche la stima degli aumenti dei prezzi dovuti al caro energia potrebbe non essere così grande come si pensa.
Per farvi capire quanto invece sia grande il problema dovrò farvi vedera altre cifre e mettere a confronto il PIL pro capite sia nominale che PPA (parità di potere d'acquisto) tra i due stati.
Purtroppo non riesco a trovare i dati del 1987 dei due paesi che sarebbe stato interessante valutare.
Il PIL pro capite nominale del 2010 è il seguente:
Francia: 41019 dollari (USA)
Italia: 34059 dollari (USA)
Questo significa che il reddito medio pro capite nominale dei francesi è il 20% superiore a quello degli italiani.
Si tratta di una reale differenza di ricchezza?
Il PIL pro capite PPA del 2010 è il seguente:
Francia: 34077 dollari (USA)
Italia: 29392 dollari (USA)
Questo significa che il reddito medio pro capite a parità di potere d'acquisto dei francesi è del 16% superiore a quello degli italiani.
I francesi hanno una ricchezza di 4685 dollari (USA) in più ogni anno, che al tasso di cambio odierno di 1 dollaro = 0,707613926 euro equivale a 3315,17 euro in più ogni anno.
La Francia è probabilmente l'economia europea più fortemente caratterizzata dall'intervento dello Stato e nonostante questo costituisca nella maggioranza dei casi un forte freno è la seconda economia d'Europa dopo la Germania. Bisogna però tenere conto dei fattori produttivi che favoriscono la Germania in questo senso. Per esempio i circa 20 milioni in più di abitanti.
In effetti il PIL nominale pro capite francese è più elevato di quello tedesco anche se a parità di potere d'acquisto i tedeschi tornano in vantaggio con un reddito del 6% più elevato.
L'organizzazione dello stato in Germania è dal punto di vista economico sicuramente più efficiente di quello francese.
Forse è per questo che la Francia dal 2003 è diventato uno stato decentralizzato con 27 regioni.
Le differenze tra Francia e Germania ci fanno capire che non sono solo i costi a determinare una differente crescita, ma anche l'organizzazione dello stato e quanto questo sia pesante sia in termini di tasse che di efficienza.
La pressione fiscale in Francia è uguale a quella italiana e quindi superiore a quella tedesca.
Ma questo permette di confrontare molto più facilmente l'Italia con la Francia.
I due paesi sono simili per tanti versi. Lo stesso tasso di disoccupazione giovanile, la disoccupazione femminile in Francia è più bassa ma attualmente in Italia il tasso di disoccupazione complessivo è più basso. La Francia può contare su due milioni di abitanti in più.
Italia e Francia sono in concorrenza diretta in moltissimi settori ed essendo entrambi i paesi figli dell'organizzazione statale napoleonica, sono molto simili anche in quanto a pesantezza dello stato.
Il tasso di crescita annuale del PIL italiano fino a tutti gli anni 80 però era nettamente superiore al tasso di crescita annuale del PIL francese tanto che poi nel 1991 l'Italia addirittura superò la Francia.
Quindi il divario che si è creato, pur nelle stesse condizioni e considerando che la pressione fiscale francese è stata mediamente più elevata in questi anni a cosa è dovuto?
Prima di tutto l'Italia pagò duramente una speculazione nel 1992 che ci costrinse ad allargare la banda di oscillazione della Lira rispetto al Marco. Ma in quella occasione diversi paesi d'Europa si trovarono più o meno nelle stesse condizioni, la Francia meno dell'Italia. Questo poi ci portò sulla strada dell'Euro e all'impossibilità per l'Italia di ricorrere alla svalutazione monetaria per abbattere il debito e rendere i propri prodotti più competitivi sui mercati esteri.
Una volta che non poteva più svalutare, le imprese italiane dovevano competere direttamente con quelle francesi.
Certo, le imprese francesi hanno i costi dei salari più elevati di quelli italiani, ma anche una produttività per lavoratore nettamente più elevata. E questo perché?
Perché ogni lavoratore francese produce molto di più di un lavoratore italiano? Perché ha le attrezzature necessarie a farlo.
Non è che il lavoratore francese sia più bravo di quello italiano. Ha sempre due gambe, due braccia e un cervello come quello italiano. Ha solo un maggior quantitativo di attrezzature che gli permettono di svolgere il proprio lavoro al meglio e produrre di più.
Ma le attrezzature generalmente consumano energia e quindi il prezzo dell'energia può essere determinante, specialmente se consideriamo piccoli esercizi commerciali.
Facciamo un esempio. Possiamo pensare a un cinema, le cui spese maggiori, tolte quelle che riguardano i diritti dei film, sono proprio per l'energia elettrica. Il profitto di un cinema francese a parità di numero di biglietti venduti l'anno sarà maggiore di quello di un cinema italiano. Solo perché la bolletta costa meno.
Ovviamente la produttività del lavoro non si misura sui piccoli esercizi commerciali ma su tutti gli impieghi. Se i francesi hanno una produttività più elevata rispetto a quella degli italiani è perché mediamente nel lavoro utilizzano maggiori attrezzature rispetto agli italiani. Il loro salario non è più elevato del nostro per altri motivi ma proprio per questo. Più macchinari significa maggiore specializzazione del lavoro e maggiore specializzazione significa più remunerazione.
Ridurre il gap salariale tra italiani e francesi significherebbe fare massicci investimenti e aumentare il livello di specializzazione dei lavoratori italiani. Ma se questo avvenisse i nostri prezzi sarebbero meno competitivi di quelli francesi all'estero, perché a parità di salari i costi energetici sarebbero più alti. Quindi saremmo comunque costretti a guadagnare meno dei francesi anche solo per pareggiare i loro prezzi ed essere altrettanto competitivi. Altrimenti dovremmo accontentarci di restare con questo gap oppure farlo salire ancora di più solo per avere dei prezzi più competitivi rispetto a quelli dei francesi.
Ora appare più chiaro il motivo vero del gap che si è creato tra Francia e Italia dipende dalla politica energetica dei due paesi. Nel 1991 l'Italia ha superato la Francia, ora è decisamente dietro. Perché?
Perché l'Italia chiudendo il discorso del nucleare nel 1987 ha iniziato a pagare le tensioni internazionali e le speculazioni sul prezzo del petrolio e dei combustibili fossili. La necessità di essere "competitivi" sui prezzi piuttosto che sulla qualità ha scoraggiato gli imprenditori e gli industriali ad attuare politiche di innovazione dei macchinari e di formazione di personale specializzato. Le piccole e medie imprese hanno preferito rimanere piccole e medie piuttosto che crescere, perché era l'unico modo per concorrere con francesi e tedeschi.
Oggi arrivano la Cina e l'India e non siamo più competitivi nemmeno sul piano del prezzo.
E tutto questo a causa della politica energetica.
Continuate pure a credere che la colpa dei mali dell'Italia derivino dalla classe politica, che non conta un emerito tubo e che obbedisce alla voce degli oligarchi, ovvero a quei pochi grandi ricchi che fanno parte di quel 10% di famiglie italiane che possiede il 45% della ricchezza del paese.
La politica energetica ha condizionato l'economia italiana e quando avevamo un'opportunità per rimettere le cose a posto l'abbiamo immancabilmente sprecata a causa dei nostri dannatissimi mal di pancia e delle nostre paure.
Veniva fuori che una famiglia media francese spendesse in un anno 80 euro in meno rispetto a una famiglia italiana.
Qualcuno potrebbe anche pensare che in fondo 80 euro di differenza non sia poi una gran cifra e che anche la stima degli aumenti dei prezzi dovuti al caro energia potrebbe non essere così grande come si pensa.
Per farvi capire quanto invece sia grande il problema dovrò farvi vedera altre cifre e mettere a confronto il PIL pro capite sia nominale che PPA (parità di potere d'acquisto) tra i due stati.
Purtroppo non riesco a trovare i dati del 1987 dei due paesi che sarebbe stato interessante valutare.
Il PIL pro capite nominale del 2010 è il seguente:
Francia: 41019 dollari (USA)
Italia: 34059 dollari (USA)
Questo significa che il reddito medio pro capite nominale dei francesi è il 20% superiore a quello degli italiani.
Si tratta di una reale differenza di ricchezza?
Il PIL pro capite PPA del 2010 è il seguente:
Francia: 34077 dollari (USA)
Italia: 29392 dollari (USA)
Questo significa che il reddito medio pro capite a parità di potere d'acquisto dei francesi è del 16% superiore a quello degli italiani.
I francesi hanno una ricchezza di 4685 dollari (USA) in più ogni anno, che al tasso di cambio odierno di 1 dollaro = 0,707613926 euro equivale a 3315,17 euro in più ogni anno.
La Francia è probabilmente l'economia europea più fortemente caratterizzata dall'intervento dello Stato e nonostante questo costituisca nella maggioranza dei casi un forte freno è la seconda economia d'Europa dopo la Germania. Bisogna però tenere conto dei fattori produttivi che favoriscono la Germania in questo senso. Per esempio i circa 20 milioni in più di abitanti.
In effetti il PIL nominale pro capite francese è più elevato di quello tedesco anche se a parità di potere d'acquisto i tedeschi tornano in vantaggio con un reddito del 6% più elevato.
L'organizzazione dello stato in Germania è dal punto di vista economico sicuramente più efficiente di quello francese.
Forse è per questo che la Francia dal 2003 è diventato uno stato decentralizzato con 27 regioni.
Le differenze tra Francia e Germania ci fanno capire che non sono solo i costi a determinare una differente crescita, ma anche l'organizzazione dello stato e quanto questo sia pesante sia in termini di tasse che di efficienza.
La pressione fiscale in Francia è uguale a quella italiana e quindi superiore a quella tedesca.
Ma questo permette di confrontare molto più facilmente l'Italia con la Francia.
I due paesi sono simili per tanti versi. Lo stesso tasso di disoccupazione giovanile, la disoccupazione femminile in Francia è più bassa ma attualmente in Italia il tasso di disoccupazione complessivo è più basso. La Francia può contare su due milioni di abitanti in più.
Italia e Francia sono in concorrenza diretta in moltissimi settori ed essendo entrambi i paesi figli dell'organizzazione statale napoleonica, sono molto simili anche in quanto a pesantezza dello stato.
Il tasso di crescita annuale del PIL italiano fino a tutti gli anni 80 però era nettamente superiore al tasso di crescita annuale del PIL francese tanto che poi nel 1991 l'Italia addirittura superò la Francia.
Quindi il divario che si è creato, pur nelle stesse condizioni e considerando che la pressione fiscale francese è stata mediamente più elevata in questi anni a cosa è dovuto?
Prima di tutto l'Italia pagò duramente una speculazione nel 1992 che ci costrinse ad allargare la banda di oscillazione della Lira rispetto al Marco. Ma in quella occasione diversi paesi d'Europa si trovarono più o meno nelle stesse condizioni, la Francia meno dell'Italia. Questo poi ci portò sulla strada dell'Euro e all'impossibilità per l'Italia di ricorrere alla svalutazione monetaria per abbattere il debito e rendere i propri prodotti più competitivi sui mercati esteri.
Una volta che non poteva più svalutare, le imprese italiane dovevano competere direttamente con quelle francesi.
Certo, le imprese francesi hanno i costi dei salari più elevati di quelli italiani, ma anche una produttività per lavoratore nettamente più elevata. E questo perché?
Perché ogni lavoratore francese produce molto di più di un lavoratore italiano? Perché ha le attrezzature necessarie a farlo.
Non è che il lavoratore francese sia più bravo di quello italiano. Ha sempre due gambe, due braccia e un cervello come quello italiano. Ha solo un maggior quantitativo di attrezzature che gli permettono di svolgere il proprio lavoro al meglio e produrre di più.
Ma le attrezzature generalmente consumano energia e quindi il prezzo dell'energia può essere determinante, specialmente se consideriamo piccoli esercizi commerciali.
Facciamo un esempio. Possiamo pensare a un cinema, le cui spese maggiori, tolte quelle che riguardano i diritti dei film, sono proprio per l'energia elettrica. Il profitto di un cinema francese a parità di numero di biglietti venduti l'anno sarà maggiore di quello di un cinema italiano. Solo perché la bolletta costa meno.
Ovviamente la produttività del lavoro non si misura sui piccoli esercizi commerciali ma su tutti gli impieghi. Se i francesi hanno una produttività più elevata rispetto a quella degli italiani è perché mediamente nel lavoro utilizzano maggiori attrezzature rispetto agli italiani. Il loro salario non è più elevato del nostro per altri motivi ma proprio per questo. Più macchinari significa maggiore specializzazione del lavoro e maggiore specializzazione significa più remunerazione.
Ridurre il gap salariale tra italiani e francesi significherebbe fare massicci investimenti e aumentare il livello di specializzazione dei lavoratori italiani. Ma se questo avvenisse i nostri prezzi sarebbero meno competitivi di quelli francesi all'estero, perché a parità di salari i costi energetici sarebbero più alti. Quindi saremmo comunque costretti a guadagnare meno dei francesi anche solo per pareggiare i loro prezzi ed essere altrettanto competitivi. Altrimenti dovremmo accontentarci di restare con questo gap oppure farlo salire ancora di più solo per avere dei prezzi più competitivi rispetto a quelli dei francesi.
Ora appare più chiaro il motivo vero del gap che si è creato tra Francia e Italia dipende dalla politica energetica dei due paesi. Nel 1991 l'Italia ha superato la Francia, ora è decisamente dietro. Perché?
Perché l'Italia chiudendo il discorso del nucleare nel 1987 ha iniziato a pagare le tensioni internazionali e le speculazioni sul prezzo del petrolio e dei combustibili fossili. La necessità di essere "competitivi" sui prezzi piuttosto che sulla qualità ha scoraggiato gli imprenditori e gli industriali ad attuare politiche di innovazione dei macchinari e di formazione di personale specializzato. Le piccole e medie imprese hanno preferito rimanere piccole e medie piuttosto che crescere, perché era l'unico modo per concorrere con francesi e tedeschi.
Oggi arrivano la Cina e l'India e non siamo più competitivi nemmeno sul piano del prezzo.
E tutto questo a causa della politica energetica.
Continuate pure a credere che la colpa dei mali dell'Italia derivino dalla classe politica, che non conta un emerito tubo e che obbedisce alla voce degli oligarchi, ovvero a quei pochi grandi ricchi che fanno parte di quel 10% di famiglie italiane che possiede il 45% della ricchezza del paese.
La politica energetica ha condizionato l'economia italiana e quando avevamo un'opportunità per rimettere le cose a posto l'abbiamo immancabilmente sprecata a causa dei nostri dannatissimi mal di pancia e delle nostre paure.
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